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Il Palazzo Giustiniani Odescalchi

Il Palazzo, così come oggi si presenta, risulta evidente che ha subito un adattamento o meglio una trasformazione dell'antico maniero feudale. Il lavoro ebbe inizio forse già nel secolo XVI ad opera degli Anguillara, ma il complesso sia del palazzo sia della villa con annesso parco nell'odierna sistemazione è dovuta al Marchese Vincenzo Giustiniani.
Il palazzo occupa attualmente un'area rettangolare di metri 50x35 circa. La pianta a C dimostra chiaramente l'intendimento di porre l'edificio in relazione diretta con il giardino. Nel suo complesso si presenta come una grandiosa mole grigia, e ciò per il suo rivestimento fatto di un solido intonaco, dalla ben proporzionata ripartizione dei piani con fasce di pietra scura (peperino) che scompartono e contornano le finestre ben distribuite.
Particolari artistici degni di nota sono il grande arco a grosse bugne di peperino che dà adito a un sottopassaggio in salita e che porta alla caratteristica piazza sopraelevata, dove il palazzo ha la sua facciata principale. Qui l'ingresso è ben evidenziato da un portale in pietra fiancheggiato da quattro basamenti che sorreggono enormi busti di peperino con teste marmoree d'epoca romana.
Entrando nel cortile, nonostante le condizioni in cui versa, si percepisce la sensazione di sostare in un salotto, infatti le pareti erano completamente decorate con vaste composizioni pittoriche riproducenti scene di trionfi, emblemi e fregi vari. Oggi, purtroppo, rimane solo qualche pallida traccia. Autore dei decori fu Antonio Tempesti, artista che aveva lavorato anche per i Farnese nell'omonimo palazzo di Caprarola.
Per una scala ben architettata dal cortile si sale al loggiato, mirabilmente decorato nella volta con grotteschi elegantissimi. Le pitture risalgono al tardo cinquecento e come autore si pensa agli Zuccari o alla loro cerchia. Sempre dal loggiato si può ammirare il ponte che collega il palazzo con il giardino all'italiana poi parco lussureggiante.
Entrando nella nobile residenza troviamo l'ambiente più grande e cioè il salone dei Cesari denominato così perché tutt'intorno, su piedistalli, vi erano i busti dei dodici Cesari. Sulla volta, al centro, vi è raffigurato lo stemma di casa Giustiniani (una fortezza con tre torrette, sormontata da un'aquila ad ali spiegate e ai lati figure allegoriche). Ad un'estremità del salone si può ammirare un bellissimo camino monumentale in pietra.
Si passa al secondo salone, che appartiene all'ala sud del palazzo, l'ambiente di residenza, ricca di camini per il riscaldamento. La volta fu dipinta nel 1605 da Bernardo Castello, genovese, dove ha rappresentato la "Favola di Amore e Psiche". L'opera è una delle poche rimaste del suo lavoro romano. Egli eseguì lavori anche in San Pietro, i quali furono rimossi vent'anni dopo poiché non più graditi. Da questo ambiente si accede alle stanze dedicate alle stagioni, per le quali si pensa che l'opera pittorica sia stata eseguita in più riprese. Infatti ci sono attendibili ipotesi che una parte sia stata eseguita in epoca Anguillara, cioè nel tardo cinquecento e il resto completato con i Giustiniani, specialmente le grottesche. Come autori si fanno i nomi di due fiamminghi, Spranger e Hans Von Aachen. Dopo queste stanze si entra nella camera del Parnaso, dove vengono esaltate le virtù giustinianee, in particolare viene raffigurato il porto di Genova a ricordo delle origini della famiglia e il porto di Chios a ricordo della loro feconda attività commerciale e amministrativa condotta fino al 1566 dal padre di Vincenzo, Giuseppe Giustiniani. Autore sembra un certo Marcantonio Piamantese, sconosciuto, e Antonio Gaio di Bassano. Infine, ultima stanza dell'ala Sud, è quella detta del Paradiso: un piccolo ambiente che sicuramente era la cappella di famiglia considerata la tematica prettamente religiosa che è raffigurata sulla volta. Al centro un Cristo incorniciato da scene bibliche. Autore si pensa agli Zuccari o alla loro cerchia.

Entriamo adesso nell'ala Nord, l'ambiente di rappresentanza, dove si ha subito la percezione dell'impostazione voluta da Vincenzo Giustiniani. Gli artisti chiamati a lavorarvi, infatti, erano molto in voga all'epoca e Vincenzo non badava a spese pur di avere risultati di grande valore artistico.
Il primo salone è quello detto del Cavaliere. Autore fu Paolo Guidotti Borghese detto il Cavalier Borghese, al quale il diritto di usare il nome dei Borghese era stato concesso dalla potente famiglia. Ne faceva parte anche Poalo V che aveva conferito il titolo di marchese a Vincenzo.
Il Guidotti era pittore, scultore, poeta, anatomista, musicista, dottore in legge, matematico, astrologo e inventore di una macchina per volare. Gran parte di ciò che egli fece è andato perduto.
Il soggetto degli affreschi sulla volta consiste nell'allegoria dell'avanzare dell'anima, attraverso la vittoria sul peccato, verso la felicità eterna, "Felicitas aeterna". L'opera fu eseguita nel 1610 ed è considerata la più interessante per lo stile, per la tematica e per l'originalità espositiva. Per certi aspetti questa stanza ricorda la "Sala dei Giganti" di Giulio Romano a Palazzo Te di Mantova, di ottant'anni prima, che però non ha la carica morale espressa dal Guidotti.
Nel 1609 Domenico Zampieri, detto il Domenichino, dipinge la volta di una piccola stanza, rappresentando la "Storia di Diana". Al centro vi è Latona con i suoi gemelli Apollo e Diana e nei riquadri scene tratte dalla storia. Nell'insieme di colori vivaci, ma non eccessivi, si ha un quadro riposante ed elegante.
Ultimo ambiente di quest'ala è la Galleria Albani, il più elegante poiché anche le pareti sono affrescate. Francesco Albani rappresenta, nel 1609, "La caduta di Fetonte". Sulla volta è dipinta la terribile scena del carro del sole guidato da Fetonte, il tutto incorniciato da una finta balaustra per dare risalto e prospettiva. Nelle pareti sono raffigurate le varie scene catastrofiche con personaggi che implorano Giove di punire l'incauto conducente del carro.

Dal palazzo si passa, attraverso un ponte, al grande parco dove regnano elci e abeti secolari, statue e fontane ornavano, un tempo, i vari sentieri. Percorrendo il viale centrale, per circa un chilometro, si arriva al casino di caccia detto "La rocca". Un prestigioso edificio di tre piani dallo stile arcaicizzante tra la forma di castello-perduto-all'orizzonte e quella di civica-accuratezza del palazzo. Proprio per questo stile si pensa che il più probabile architetto fosse Carlo Maderno. Quasi sicuramente i Giustiniani passavano più tempo in questo luogo che non nel palazzo.
Tornati nel cortile del Palazzo, entrando da una porta laterale, si può accedere ad una rarità nel suo genere: un teatrino di "elisabettiana" memoria. Un locale con due file di palchi di legno e travi che sorreggevano il palco centrale con ai lati delle nicchie per le luci di scena.